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Se si fa eccezione per le opere che vanno dal ’57 alla prima metà del ’59, quello che potremmo chiamare il periodo pre-estroflessioni, è del tutto evidente che nella ricerca di Bonalumi l’elemento matericista sia completamente assente.

Anzi, potremmo ben dire che tutto il suo lavoro maturo si pone, se non in contrapposizione, sicuramente come superamento dell’esperienza informale di cui il matericismo è, appunto, aspetto rilevante.

Puntualizzare il suo assoluto disinteresse per la materia è essenziale per evidenziare e mettere nella giusta luce la sua massima attenzione per i materiali e per quella che lui chiamava intelligenza dei materiali.

Ecco, quindi, l’utilizzo di una varietà di superfici: tela, legno, vetroresina, cirè, metallo.

Così come di differenti pigmentazioni: smalto, nitro, tempera vinilica, acrilico.

E gommapiuma, legno, alluminio, acciaio  dietro alle superfici onde produrne l’estroflessione.

Ad ogni passo i materiali scelti per la realizzazione di un’opera se in prima istanza sono la soluzione ad un problema già posto, in un secondo momento, ma forse sarebbe meglio dire contestualmente, suggeriscono per l’emergere della loro propria natura nuovi orizzonti possibili di ricerca.

In questo senso si intende intelligenza dei materiali e disponibilità ad un dialogo con la loro natura, in grado di farci travalicare le intenzioni che inizialmente abbiamo posto nel loro utilizzo.

Approdando ad “altro” a cui prima non si era pensato.

Le opere su carta non sfuggono a questo approccio teorico-metodologico.

Infatti per Bonalumi la carta non è semplicemente un supporto “minore” sul quale trasporre la propria produzione più importante.

È, ancora una volta, un materiale che ha cose sue da dirci e che ci offre possibilità che la tela, o altro, non ci offrirebbero.

In uno scritto del 2002 dal titolo “L’opera su carta e l’opera di carta” chiarisce con nettezza il senso del discorso: «Altre volte l’opera è opera di carta, per la quale l’invenzione toglie l’immagine oggettivata in quanto è la realtà di un possibile dalle qualità appunto del materiale carta,  le quali anche suggeriscono il procedimento tecnico, legano ad una pratica esatta.».

Ed ancora: «Ma tutto ciò non è e non vuole essere una esperienza laterale, opera minore, forse soltanto preparatoria in vista di esiti altrove definitivi, comunque a parte di opere da ritenersi più importanti; e nemmeno, di queste medesime – ciò che sarebbe peggio – derivazione o rifacimento.».

Il ciclo delle Sete, di cui la Galleria Blu presenta in questa occasione una significativa selezione, è pienamente ascrivibile a quelle che chiameremo, dunque, opere di carta.

Si tratta, questo delle Sete, di un numero molto limitato di opere poco conosciute, se non del tutto, dalla maggior parte del pubblico e dai critici stessi.

Siamo nella seconda metà degli anni ’80.

In questa fase della sua ricerca Bonalumi è interessato ad un certo recupero di pittoricità all’interno del permanente linguaggio monocromo.

Le stesse estroflessioni su tela evolvono in questa direzione.

Si infittisce la presenza di linee di tonalità diverse del colore portante, a simulare visivamente quella tridimensionalità realmente presente nella medesima opera grazie all’azione delle centine di legno.

Compaiono segni di pastello, dal vago sapore divisionista, in trasparenza dietro e sotto la colorazione monocroma superficiale.

In questo contesto l’utilizzo congiunto di carta e seta gli offre la possibilità di spingere il più in là possibile, fino cioè al punto di rottura, di contraddizione, la sperimentazione.

Per iniziare consideriamo che l’estroflessione di una carta fornisce esiti estetici assai diversi da quelli della tela.

La tela, per sua propria natura, si estroflette in maniera netta.

La carta, in questo caso una carta a mano di certo spessore, avendo molto più corpo mantiene sui bordi e gli angoli delle estroflessioni talune rotondità che le rendono meno definite.

Questa minore definizione è già di per sé un elemento pittorico: il dato oggettivo delle estroflessioni, che pure sono presenti, sfuma nell’apparenza a causa della maggiore difficoltà nell’essere colte e lette.

Su questo supporto interviene l’applicazione della seta quale sostituto del pigmento, della colorazione (anche se in queste opere riscontriamo sempre degli interventi di pittura in senso canonico).

La quasi totalità della superficie è ricoperta di seta, ed è proprio grazie alla natura di questo materiale che Bonalumi riesce nell’intento di ribadire la monocromia nell’istante stesso in cui la nega e la supera completando quel recupero di pittoricità che si era posto come obiettivo, e che era iniziato attraverso la indefinitezza delle estroflessioni della carta.

Perché la monocromia viene ribadita?

Perché, di fatto, il tessuto applicato sulla carta estroflessa è del tutto monocromo.

Tuttavia la tramatura della seta, adeguandosi alla superficie della carta ormai mossa, offre alla luce angoli di rifrazione differenti, manifestandosi alla fine in forma disomogenea e cangiante.

Ecco dunque che l’opera si dipinge non già grazie all’intervento esplicito dell’artista ma semplicemente grazie all’intima ed ambigua natura di un materiale, la seta, che in realtà è monocromo.

Non solo, l’opera si ridipingerà  ogni volta in maniera diversa in funzione della luce e del punto di vista dell’osservatore.

Consideriamo infine che ancora una volta viene espresso l’asse portante di tutto il lavoro di Agostino Bonalumi: l’interazione dialettica tra “dato” ed “apparenza”, tra ciò che una cosa “necessariamente” è e come “contingentemente” ci appare.

Quanto alla poetica di queste opere non resta altro da fare che mettercisi di fronte e guardarle.

 

Fabrizio Bonalumi