La Galleria Blu di Milano presenta una mostra dedicata ai “3D” di Remo Bianco, ciclo di lavori realizzati dalla fine degli anni Quaranta. Origine e fondamento del percorso successivo dell’artista, i “3D” sono caratterizzati dall’utilizzo di materiali e tecniche sperimentali, e costituiti dalla sovrapposizione di più superfici trasparenti, in vetro e plastica, disegnate e dipinte a china, pennarelli, smalti, oppure opache, traforate secondo sagomature interne, in lamiera, legno laccato, plexiglas. Le interferenze spaziali e percettive tra i piani, accentuate dalla collocazione distanziata dei differenti livelli, danno vita a spazi, insieme mentali e fisici, che collocano queste avveniristiche “cassette” (così le definì Salvatore Quasimodo nel 1954) tra le più radicali ipotesi di superamento della superficie presenti nell’arte italiana ed europea del secondo dopoguerra.

Declinazioni concettualmente e non solo spazialmente tridimensionali, i “3D”, sono la prima tipologia di opere organicamente esposta come tale dall’artista, che ne ha sempre sottolineato il valore fondante e cruciale per l’intero suo percorso creativo. Un’importanza testimoniata anche dalla continuità con cui vi si è dedicato nei primi due decenni della sua attività, sino al 1970, e occasionalmente anche in seguito, pur in parallelo ad altri cicli più noti della sua produzione, come i suoi celebri “tableaux dorés”.

Germinati nel fervido e cosmopolita contesto milanese della ricostruzione e del boom economico, i “3D” si nutrono di riferimenti espliciti all’astrattismo storico, con accenti tra metafisico e surreale, che vanno Kandinskij a Mirò, da Licini a Melotti; ma anche dell’alunnato dell’artista presso De Pisis, nella liberazione cromatica della figurazione in libere e rarefatte liquidità spaziali. La loro evoluzione, via via più essenziale e radicale, dialoga attivamente con le esperienze del MAC Movimento Arte Concreta (in particolare Soldati e Munari), ma anche e soprattutto con lo Spazialismo di Fontana e il Movimento Arte Nucleare, per giungere a confrontarsi con le poetiche dell’azzeramento e dell’oggettualità di autori italiani come Manzoni, Bonalumi, Castellani, Dadamaino, Scheggi, o di tendenze internazionali come Nouveau Réalisme, Neo-Dada, Zero, Minimalismo e Pop Art.

Non a caso, la prima mostra personale di Bianco interamente dedicata ai “3D”, presentata alla Galleria del Naviglio di Milano nel 1953, era accompagnata da un testo di Fontana, che esplicitamente collocava questa ricerca tra le punte più avanzate di una più estesa e innovativa ricerca spaziale anti-emotiva e anti-illusiva, intesa come indagine conoscitiva del reale: “Le nuove esperienze di Remo Bianco, intese a ricreare in un gioco di piani nuovi aspetti della ‘pittura spaziale’, mi interessano particolarmente per il valore di certe indicazioni. Le ‘dimensioni’ assumono valori ‘reali’ al di là degli effetti scenografici: la profondità dà vita ai primordi di ricerche tridimensionali”. Proprio questo interesse per il superamento della superficie, non più intesa come finestra di rappresentazione o ricettacolo emotivo, ma come spazio “primordiale” e diretto di azione dentro la realtà, è chiave fondamentale per comprendere lo sperimentalismo radicale di Bianco: dalla stagione dei “3D”, interprete di un metamorfismo linguistico, di un eclettismo propositivo che è da intendersi come ricchezza inventiva libera da schematismi stilistici e determinazioni teoriche, in favore di una flagranza assoluta dell’operazione artistica in relazione al reale, che è indice e motivo di una persistente quanto crescente attualità della sua opera.

 

 Francesca Pola