12 maggio – 17 luglio 2009
inaugurazione: lunedì 11 maggio 2009, ore 21.
Sono passati più di quarant’anni dalla prima presenza di Mark Tobey
alla Galleria Blu di Milano. Fu infatti nell’ottobre del 1968 che
un’opera dell’artista americano comparve in una rassegna che aveva come
titolo “L’Immortale” e che presentava importanti maestri internazionali
come Arp, Ernst, Fontana, Goetz, Magnelli, Matta, Picasso.
Ora a Mark Tobey - una cui opera è attualmente presente nella mostra
“Morphologie autre. Omaggio a Michel Tapié” in atto alla Blu fino ai
primi di maggio - è dedicata una mostra personale che propone venti
opere scelte, realizzate tra il 1953 e il 1972, negli anni di una
maturità ormai piena. La storia di questo grande maestro internazionale
(può senza dubbio essere considerato il decano degli espressionisti
astratti americani) si incrocia e si intreccia con quella di Pollock,
Kline, de Kooning, Motherwell, Rothko e Still, con i quali partecipa
nel 1956 alla rassegna “American Painting” alla Tate Gallery di Londra,
che fa conoscere per la prima volta al pubblico europeo gli esponenti
della nuova arte americana della cosiddetta Scuola di New York. Attorno
a lui prenderà poi consistenza (quasi in contrapposizione con la
proposta neworkese) quella che viene definita Scuola del Pacifico, che
ha come suoi riferimenti e stimoli le filosofie orientali, fondate
sull’approccio meditativo all’uomo e alle cose e quindi su suggestioni
di carattere intimista.
La prima comparsa di Tobey in Italia si era avuta alla Biennale di
Venezia del 1948, cui sarebbero seguite altre presenze nelle
esposizioni del 1956 e del 1958, edizione quest’ultima che gli valse il
Gran Premio Internazionale per la pittura. In quell’occasione, nel
catalogo della Biennale, Frank O’Hara parlava della sua pittura facendo
riferimento alla sua “predilezione per la linea in opposizione alla
massa” (la massa come elemento tipico della cultura e dell’arte
dell’Occidente, la linea di quelle dell’Oriente) citando il confronto
che egli aveva cercato con alcuni maestri della pittura orientale e che
Tobey stesso riassumeva sottolineando di essere giunto “a scoprire da
me stesso che si può ‘vedere’ un albero non solo in termini di luce e
di massa, ma anche come linea dinamica”. Su questi presupposti si è poi
sviluppata tutta la sua arte, segnata dapprima dalla “scrittura bianca”
(la white writing), fondata sulla calligrafia orientale, e poi evoluta
nella scrittura di colore, a volte in una costruzione spaziale densa e
composita, altre volte in una semplicità grafica disarmante.
La mostra è accompagnata da un catalogo introdotto da un saggio di
Heiner Hachmeister, del Comitato Mark Tobey di Muenster, che definisce
Tobey “mediatore tra Oriente e Occidente” e sottolinea i “contatti”
italiani del maestro americano, da quelli iniziali con Piero della
Francesca e i suoi affreschi di Arezzo a quelli con Piero Dorazio, i
cui “lavori degli anni ’50 - scrive - anche se alimentati
concettualmente da fonti costruttiviste, sono stati senza dubbio
influenzati da Tobey, almeno per quanto riguarda la loro superficie
visiva.” Ma anche, da non trascurare, gli influssi sulla prima
produzione di Tancredi.
Mark Tobey nasce a Centerville, Wisconsin, nel 1890. Dopo aver
frequentato i corsi dell‘Art Institute of Chicago (1906-1908) si
trasferisce a New York, dove lavora come illustratore di moda. La sua
prima personale è del 1917, ma già l’anno successivo, con la sua
conversione alla fede Baha’i, la sua pittura va alla ricerca di una
dimensione spirituale. Dal 1922 è a Seattle per insegnare alla Cornish
School of Allied Arts e qui comincia a studiare la calligrafia cinese.
Dopo un viaggio a Parigi (1925) le sue strade si dirigono verso il
Medio Oriente, dove affronta le culture (e le scritture) persiane e
arabe, e da dove rientra a Seattle. Un lungo soggiorno in Inghilterra,
come artista residente alla Dartington Hall, una scuola progressista
nel Devonshire, tra 1931 e 1938, gli consente altri importanti viaggi,
tra cui si situa, nel 1934, durante un viaggio in Oriente, un
periodo di meditazione e di studio in un monastero zen fuori Kyoto.
Matura qui quella “scrittura bianca”, che gli darà una riconoscibilità
universale e che sarà presentata nel 1944 alla Willard Gallery di New
York. Anche i musei si accorgono di lui e seguono quindi importanti
esposizioni a Portland (1945), Chicago (1946), San Francisco (1951).
Nel 1955 è da Jeanne Bucher a Parigi e nel 1957 presenta i primi
dipinti a inchiostro Sumi. Il gran Premio per la pittura della Biennale
del 1958 lo porta definitivamente in Europa. Si trasferisce infatti a
Basilea nel 1960 dove rimarrà fino alla morte (1976). Intanto lo
celebrano importanti musei come il Musée des Arts Décoratifs di Parigi
(1961), il Museum of Modern Art di New York (1962), lo Stedelijk Museum
di Amsterdam (1966) e la National Collection of Fine Arts di Washington
(1974).